Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, è tornato ad essere un uomo libero. A seguito di un accordo tra lui e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Assange è potuto tornare a casa in Australia, dopo 12 anni passati a Londra, di cui 7 all’interno dell’ambasciata londinese dell’Ecuador e 5 in un carcere di massima sicurezza poco distante da Londra.

L’accordo prevedeva che Assange si dichiarasse colpevole di fronte al tribunale federale statunitense a Saipan, nelle isole Marianne Settentrionali. Sarebbe quindi stato condannato a 5 anni di reclusione, ma avendoli già scontati nel Regno Unito, questo avrebbe portato alla sua definitiva liberazione. E così è stato, con la sentenza pronunciata mercoledì mattina nel tribunale dell’isola, su cui vige la giurisdizione statunitense, e alla quale Assange si era recato con un volo da Londra ieri. Le immagini di lui a bordo dell’aereo sono finite sulle prime pagine di molti media e sono state ampiamente ricondivise sui social.

Questo accordo, arrivato in maniera piuttosto improvvisa, ha permesso di porre fine a un caso giudiziario molto complesso per il quale Assange, i suoi legali e il team di WikiLeaks si battono da anni. Assange era infatti accusato negli Stati Uniti di aver violato l’Espionage Act, una legge contro lo spionaggio, per via della diffusione di documenti riservati tramite l’organizzazione divulgativa WikiLeaks, di cui Assange è cofondatore e caporedattore. Senza l’accordo, Assange rischiava fino a 175 anni di carcere.

Assange era in detenzione nel Regno Unito dal 2019, a seguito del suo arresto nell’ambasciata dell’Ecuador, dove si era rifugiato nel 2012 dopo aver violato la libertà vigilata a cui era sottoposto per via di un procedimento penale a suo carico in Svezia, in quel caso con accuse, poi archiviate, di violenza sessuale. Nel 2019, dopo 7 anni passati senza mai lasciare l’ambasciata, le autorità ecuadoriane gli avevano revocato l’asilo, dopo una serie di controversie e litigi con le autorità locali. A quel punto, Assange era stato portato alla Prigione di Sua Maestà Belmarsh, oltre che per le accuse della Svezia, anche per la sopraggiunta richiesta di estradizione fatta dagli Stati Uniti per via dei crimini sopra citati, contro la quale il giornalista e attivista si è battuto fino alla sua risoluzione.

Il caso Julian Assange ha attratto fin dagli inizi attenzione su scala globale. Da un lato, c’è chi lo accusa di aver minato la sicurezza nazionale statunitense, gestendo, a detta di alcuni, in maniera impropria informazioni molto delicate e divulgandole al mondo. Dall’altro lato, per la maggior parte delle persone è considerato alla stregua di un eroe, nonché uno dei giornalisti più influenti del 21esimo secolo. Per molti, infatti, Assange rappresenta i valori su cui si fonda il giornalismo, difendendo il diritto delle persone a sapere, svelando informazioni nascoste al pubblico da chi detiene il potere.

Negli anni, WikiLeaks, fondato nel 2006, ha divulgato milioni di documenti riservati, primi fra tutti i contestatissimi ‘Afghanistan war logs,’ documenti militari riservati pubblicati nel 2010 che rivelavano dettagli esclusivi riguardo lo stato della guerra, allora in corso, condotta dagli Stati Uniti in Afghanistan. Tra i dettagli figuravano centinaia di vittime civili causate dalle truppe statunitensi e britanniche.

Di Emanuele Gualandri

Laureato in Politica e Diritto internazionale all'Università Statale di Milano. Ha lavorato su Milano come videogiornalista occupandosi di casi di cronaca locale e nazionale nonché politica e movimenti sociali. Ha realizzato analisi sotto forma di video-approfondimenti su YouTube per la pagina di informazione “inBreve”, attirando migliaia di visitatori. Al momento si trova a Bruxelles per conseguire un master in giornalismo e media alla Vub (Vrije Universiteit Brussel).

error: Content is protected !!